FILOSOFIA DELLA MOSTRA

Come tutte le esposizioni a lui dedicate, anche per questa grande mostra dedicata a Picasso ci si è voluti soffermare su un tema specifico, il periodo dal 1917 al 1937. È l’estrema diversificazione stilistica a distinguere maggiormente Picasso da tutti i suoi contemporanei e forse anche da qualsiasi altro artista mai esistito.
Yve-Alain Bois scrive: “La storia dell’arte è ricca di pittori prolifici (benché nessuno raggiunga i livelli di Picasso) ed è tutt’altro che insolito riscontrare, nella produzione complessiva di un dato artista, stili alquanto distinti e talvolta persino contraddittori. Una simile varietà, tuttavia, è sempre il risultato di un’evoluzione, effetto di una maturazione personale. Questo è vero anche per la prima parte della carriera di Picasso: il periodo blu fu seguito dal periodo rosa, il periodo rosa dal cubismo. Il 1917, anno in cui si colloca appunto l’inizio di questa mostra, segna tuttavia una definitiva inversione di tendenza: Picasso smette di sostituire una data maniera con un’altra e non scarta più nulla, inventando stili sempre nuovi senza mai eliminare quelli precedenti. Negli anni, anzi, si costruisce un incredibile arsenale di forme e approcci al quale attinge liberamente ogni volta che ne ha voglia o che lo ritiene opportuno. Di conseguenza non gli parrà affatto strano dipingere, nell’arco dello stesso mese o persino dello stesso giorno, un Arlecchino “neoclassico” e una versione cubista o magari surrealista dello stesso personaggio teatrale.
L’estrema libertà nei confronti del proprio corpus di opere e l’intenso desiderio di mantenere vivo qualsiasi prodotto creato dalle sue mani per rivisitarlo costantemente senza mai sentire il peso del concetto di “evoluzione” cronologica è appunto ciò che, a nostro avviso, contraddistingue Picasso a partire dal soggiorno romano del 1917 e per tutto il ventennio successivo, senz’altro il più eterogeneo della sua carriera.”

Il titolo “Arlecchino dell’arte” vuole quindi essere una metafora.
“Arlecchino può essere qualsiasi cosa desideri e Picasso, che era all’apice della sua produttività e poteva adottare contemporaneamente gli stilemi del cubismo, del neoclassicismo, del surrealismo e dell’espressionismo, aveva diverse affinità con questa maschera leggendaria”.
A testimoniare quest’interesse, la mostra presenta ben quattro diverse interpretazioni che Picasso dà di questo soggetto: il classico Arlecchino (Ritratto di Léonice Massine) del 1917 (Museu Picasso, Barcelona), lo splendido Arlecchino suonatore cubista del 1924 (The National Gallery of Art, Washington D.C.), l’Arlecchino astrattista del 1927 (The Metropolitan Museum of Art, New York) e la Testa di Arlecchino surrealista sempre del 1927 (collezione privata).
Per Picasso Roma rappresenta il momento in cui, dopo la crisi del cubismo, l’artista sceglie di recuperare la tradizione classica. In occasione della mostra, torna per la prima volta nella capitale dal 1917 L’Italienne (Fondazione Collezione E. G. Bührle, Zurigo).
Nel 1925 Picasso si accostò al surrealismo, che tuttavia superò nella realizzazione del suo programma artistico, evitando la trappola di illustrare una teoria creando un’immagine. Sempre nella seconda metà degli anni Venti Picasso diede una seconda possibilità all’astrattismo, che aveva rifiutato nel periodo di massimo sviluppo del cubismo: lo testimonia, tra gli altri, un capolavoro come Due donne davanti alla finestra (1927, Museum of Fine Arts di Houston).
Nei primi anni Trenta, probabilmente in reazione alle pratiche decisamente antipittoriche delle avanguardie, Picasso ricominciò a considerare Matisse un suo interlocutore, analizzandone l’intenso rapporto con l’opera di Cézanne, Gauguin, van Gogh e Seurat. Tuttavia Picasso continuò a dialogare con la tradizione neoclassica in vari modi, come accade nella serie di cento incisioni nota come Suite Vollard, presente integralmente in questa mostra (National Gallery of Canada, Ottawa).
Negli anni Trenta l’artista tornò a interessarsi al ritratto, un genere che gli consentiva di adottare stili eterogenei. Ma in questo periodo Picasso si concentra sul futuro di un mondo che sprofonda rapidamente nel caos e nella brutalità: Guernica era stato preparato da una serie di quadri raffiguranti scene violente: sanguinose corride, come quelle dei dipinti del Philadelphia Museum of Art e del University of Michigan Museum of Art, e donne in lacrime, come si vede nelle tele della Fondation Beyeler di Basilea e del Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia di Madrid.
Il Picasso che emerge da questa mostra è un artista straordinariamente onnicomprensivo. Mantenere viva la tradizione continuando a trasformarla: per Picasso era questa la scelta indispensabile.
La Roma di Picasso. Un grande palcoscenico (17 febbraio – 2 maggio 1917)
La sezione documentaria informativa, a cura di Alessandro Nicosia, apre il percorso e vuole mettere in evidenza attraverso lettere, fotografie e materiali originali, contesti e dinamiche del viaggio a Roma compiuto da Picasso dal 17 febbraio al 2 maggio 1917. Il soggiorno romano ha dato luogo a numerose analisi e interpretazioni volte a valutare quanto il rapporto con l’Italia abbia rappresentato per l’artista la motivazione o quantomeno il presupposto di una svolta stilistica e formale che non sarebbe avvenuta, o forse non in quei termini, se Picasso non avesse visitato e visto con i propri occhi il tempio della classicità. Ma quelle dieci settimane sono anche l’occasione per incontrare nuove e vecchie conoscenze, amici italiani, frequentare caffè e atelier, confrontarsi con le avanguardie italiane, iniziare una storia d’amore che si sarebbe coronata in un matrimonio l’anno successivo e, soprattutto, realizzare due capolavori: Arlecchino e donna con collana e L’Italienne, di proprietà della Fondazione Collezione E. G. Bührle, che eccezionalmente dopo novant’anni torna a Roma.


INDIETRO